Author Archives: pivert_store

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La fine del mondo.
Il Mar Glaciale Artico si apre davanti al mio sguardo e abbraccia tutto il promontorio di Capo Nord. Non c’è nessuno tranne lui. Il monaco mi osserva in silenzio dall’ombra del Globo. Un saio nero ne avvolge completamente il corpo e il cappuccio ne nasconde i lineamenti del viso, sempre che vi sia un viso. Non parla, non parlo neanche io. Non ce ne è bisogno, sappiamo entrambi cosa devo affrontare, l’ultima sfida, quella contro la morte. E la Morte è lì, nell’ombra, vestita con quel saio nero lievemente mosso dal vento freddo.
Mi volto a guardare il mare ancora una volta. Se c’è un momento di fare un bilancio, è questo.
Ripenso al tempo che ho sprecato correndo dietro a scadenze inutili, a bisogni superflui: casa-lavoro-casa-lavoro-pub-casa-lavoro-lavoro. Un mantra infinito che mi stava rendendo schiavo del tempo, non padrone di esso. Ripenso a quando mi sono reso conto di non avere più forza, più spinte, più sogni. E ripenso a quando sono partito per ritrovarli, per ritrovare me stesso. Per essere padrone, di nuovo, di me stesso.
La Morte esce dal cono d’ombra, mentre il sole inizia a scaldare la neve del promontorio. So di avere poco tempo, prima della partita finale.
Non ho paura, non voglio scappare. Sarebbe inutile, del resto.
Mi tornano in mente le parole che ho letto su un libro, non ricordo neanche il titolo, ma sono rispuntate prepotentemente dalla memoria: “soltanto una fede non inficiata da dubbi, da tentennamenti e riserve di sorta può condurre alla battaglia, al sacrificio, alla vittoria”.
Alla battaglia, al sacrificio, alla vittoria. L’unica cosa che mi devo chiedere ora è se sono stato infine capace di incarnare questo spirito. Di certo, e di questo sono sicuro, ho il dovere, fino all’ultimo, di esserne degno.
La Morte è accanto a me, si sofferma a guardare l’orizzonte per qualche istante, prima di voltarsi.
Nell’ombra del cappuccio, due braci mi scrutano il viso.
“Sei pronto?”
“Sono pronto”.
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Il viaggio per Honningsvåg mi è sembrato infinito. Non per la neve mista a pioggia né per la distanza, relativamente breve, no. Ho passato tutto il tempo a pensare alle parole di Avskjed: me li sento ancora addosso i suoi occhi e il modo, quasi compassionevole, con cui mi ha salutato al momento della partenza, come a salutare qualcuno che si avvia ad un viaggio senza ritorno.
Il monaco, “guardati da lui”. Le parole mi hanno risuonato in testa per tutto il percorso, con un ritmo martellante e ossessivo. Ho provato a ripercorrere tutte le fasi della mia vita per capire, per cercare di dare un volto a questa figura ma senza successo. Eppure… eppure a quanto pare mi cammina accanto da molto tempo.
Ripenso alle motivazioni di questo viaggio, mentre intorno a me scorre ormai un panorama bianco, quasi irreale. Ripenso al momento in cui mi sono messo in sella alla moto, al calore del sole davanti al Colosseo che è svanito man mano, fino al freddo quasi glaciale della terra che sto attraversando ora. Dai colori di Roma al bianco delle rive del Mar Glaciale Artico.
Quasi una discesa all’inferno.
Ed è effettivamente così che me lo immagino: dantesco, un mare di ghiaccio. Il mio personale Cocito da affrontare per poi “riveder le stelle”. E se fosse proprio questo il motivo del mio viaggio? E se il Monaco fosse…? No, non può essere. Non può essere. E se lo fosse?
Rabbrividisco e non riesco a scacciare questo pensiero che mi rimbalza nella testa da ore. Mi manca il respiro. Sarò pronto?
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Siamo atterrati ad Alta.

Il viaggio è stato surreale, di notte, con le luci dell’aurora boreale che si riflettevano nel cielo. È raro vederla a settembre, spero sia di buon auspicio. Nonostante il rumore delle lamiere del piccolo Lancair, sembrava di fluttuare in un oceano nero, interrotto solo dal chiarore intermittente delle stelle. L’atmosfera era surreale ma del resto anche Torbjørn, il pilota, sembrava uscito da un thriller anni ’80. Occhi azzurrissimi e freddi, faccia segnata dalle intemperie, non ha parlato per tutto il viaggio lasciandomi immerso nei miei pensieri. Sotto di noi, fiordi e foreste immerse nel buio e coperte dalla neve che ha iniziato a cadere.
Ad attendermi a fine della pista, ecco la mia nuova moto: mi sembra già di sentire il rumore del motore sulla strada che mi separa dalle ultime mie due tappe. Avskjed, così si chiama il mio contatto, è un uomo strano, taciturno ma con uno sguardo vigile, come se esaminasse ogni mio gesto o parola. Non so definire la sensazione che provo in sua compagnia. Mi ha guidato fino a una piccola casa dove sto cercando di riposare prima di rimettermi in viaggio ma non riesco, il sonno, nonostante la stanchezza, mi ha completamente abbandonato. Ho raccontato al mio ospite il viaggio, la meta che voglio raggiungere e la reazione è stata inattesa: si è subito adombrato, osservandomi con un misto di terrore e preoccupazione.
“Lì non è per tutti”, mi ha detto, “non è per chi non è pronto”.
Ho risposto di essere pronto, del resto ho tutti gli strumenti per affrontare gli ultimi chilometri che mi separano da Capo Nord e le condizioni climatiche non mi sembravano così inaffrontabili.
Avskjed ha scosso la testa, mi si è seduto di fronte e mi ha guardato dritto negli occhi, parlando in un inglese stentato ma fin troppo chiaro: “non è un problema di equipaggiamento, tu sei pronto ad affrontare il tuo limite ultimo? A Capo Nord non finisce solo la terra ferma, non ci sono solo ghiaccio, neve e acqua”.
“Troverai ad aspettarti il monaco”, ha continuato, “qualcuno che già ti cammina accanto da molto tempo, guardati da lui”.
Guardati da lui. Ma da chi? Chi è il monaco? Adesso sono steso sul letto a guardare il soffitto, con i brividi che mi scorrono lungo la schiena. Sono quasi tentato di chiamare Aurelio, sperando che sia uno scherzo di cattivo gusto ma so già che sarebbe inutile, non è uno scherzo, me lo sento. Mi ha preso una certa inquietudine, come se questo viaggio si stesse avviando verso un punto di non ritorno che si spinge più in là di dove mi sarei mai immaginato. Ma sono arrivato fin qui, non posso tornare indietro ora. Non voglio tornare indietro ora.


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Altri 600 chilometri macinati sotto una pioggia leggera ma freddissima, mi sembrava di sentirla sulla pelle, nonostante tuta e protezioni. Le temperature si sono abbassate: han continuato a scendere man mano che mi son spostato sempre più a nord e ora ci saranno circa 6° C .
In un baretto al lato della strada ho trovato un altro gruppo di motociclisti di ritorno da Capo Nord. Tra porzioni di baccalà essiccato e birra, ci siamo scambiati impressioni sul viaggio. Sembra quasi di essere tutti uniti dallo stesso filo conduttore, dalla stessa voglia di superare i propri limiti e spingersi fino a quel bordo ultimo, quello del non ritorno.
Ad Oslo mi attende un piccolo velivolo: la mia moto non è in grado di arrivare ad Alta ma non voglio rischiare di annichilire lo spirito di questo viaggio con un comodo volo di linea. Forse è una velleità mia, senza una preoccupazione reale, ma preferisco l’idea di imbarcarmi su un velivolo sgangherato. Mi sembra più romantico in un certo modo e non vedo l’ora di poter vedere sotto di noi i fiordi che si inabissano nel Mare del Nord.
Mi soffermo a guardarlo dalle finestre della piccola sjøhus dove sto attendendo il pilota: tra qualche ora partiremo e all’atterraggio troverò un’altra moto ad attendermi, per percorrere gli ultimi tratti del percorso. A portarmela sarà un contatto datomi da Aurelio, uno dei miei più cari amici. Un vecchio pescatore, a quanto pare, che si rende disponibile nell’accogliere i viaggiatori diretti verso Capo Nord. Un tipo un po’ strano, a detta di Aurelio, cupo, “quasi antico”, mi ha detto. Lo vedrò una volta atterrato, inutile pensarci troppo ora.


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7.45 del mattino.

Il cielo è nero e l’aria fredda mi irrigidisce i muscoli della faccia mentre osservo la costa che si avvicina dal parapetto del traghetto.
C’è odore di neve e quasi ci spero: più vado avanti, più voglio portarmi all’estremo.
Il braccio di mare che mi separa dalla terraferma inizia ad agitarsi, probabilmente sta arrivando una tempesta. In altre circostanze probabilmente mi sarei affrettato a cercare una stanza comoda dove ripararmi ma questa volta no. Non vedo l’ora di sbarcare e riprendere subito il viaggio.
Tra la foschia inizia a delinearsi il profilo di Copenaghen con il porto e le casette affacciate sul Baltico e io continuo a chiedermi dove realmente mi stia portando questo viaggio e cosa sia Capo Nord, se una fine o un nuovo inizio a conclusione di un ciclo che è durato forse fin troppo.

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Berlino.
Ho attraversato tutta la Germania per ritrovarmi qui, sotto la porta di Brandeburgo.
Arrivarci è stato più difficile del previsto: nonostante il clima ancora caldo, ho incontrato pioggia e vento per tutto il percorso. La tentazione di fermarmi e trovare un posto comodo in cui aspettare un miglioramento è stata tanta ma sarebbe stato come arrendersi. Non voglio viaggiare comodo, non è una vacanza questa: è una sfida e come tale la sto affrontando e non mi fermo, nonostante pioggia, vento e stanchezza.
Mi chiedo cosa mi aspetterà nelle prossime tappe, ora che mi sposto sempre più a nord: non ho mai guidato con la neve ma quasi spero che ci sia. Voglio sperimentare tutto e abbattere i muri che il vivere borghese mi ha imposto in tutti questi anni di fermo. Mi sento quasi rinato, più leggero man mano che il viaggio prosegue. Sto lasciando dietro di me i pesi inutili. Si continua.
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Germania, finalmente.
Le torri fortificate del Kaiserburg mi salutano in lontananza mentre con la moto costeggio le rive del fiume Pegnitz. Impossibile non pensare ai secoli di storia passati da questa città, me li sento tutti addosso quasi come fossero un monito per un viaggio che andrà, già lo so, ben oltre il confine materiale di Capo Nord.
Ma non è il caso di pensarci ora, prima ho un mio limite, molto più umano, da superare: ho percorso circa 1100 km, me ne mancano più o meno 4000 solo per arrivare.
Approfitto di una pausa in una birreria per osservare il mio percorso sulla cartina. Non ho fretta di arrivare, voglio godermi il viaggio, respirare la polvere e le storie delle strade di un’Europa che ho imparato solo adesso a riscoprire.
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Innsbruck, la mia seconda tappa.
Attraversare le Alpi mi ha lasciato addosso un sentore di libertà: le vette leggermente innevate nonostante il clima ancora mite di settembre, i tornanti che ti accompagnano al passo e l’aprirsi delle valli poco più sotto.
Ho attraversato questa mattina il confine italiano e ho raggiunto Innsbruck, ancora vuota prima dell’assalto dei turisti per il periodo natalizio.
Sono fuori dall’Italia, per la prima volta dopo anni.
Mi tornano in mente le facce dei colleghi in ufficio quando ho detto che viaggio avrei fatto.
“Tu? Proprio tu? Dai, non scherzare”.
Sì, proprio io.
E quanto mi sto divertendo.
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4 settembre.
Mi sono lasciato alle spalle le colline del Lazio per arrivare alle pendici di quelle venete. Partenza Colosseo e arrivo… Colosseo.
L’arena di Verona mi accoglie quasi a farmi capire che sono ancora a casa, in Italia, e che i chilometri da macinare sono ancora tanti.
Non ero più abituato a passare così tanto tempo sulla sella di una moto: i ritmi della vita cittadina mi avevano fatto dimenticare quanto fosse duro viaggiare senza sosta per così tanto.
Ho dolori ovunque, siamo solo all’inizio ma già mi sento respirare in modo diverso, più in armonia con quello che mi circonda.
Ora non è più il tempo a essere padrone della mia vita, non è più il monotono, ripetitivo casa-lavoro-casa-bar-lavoro-lavoro-lavoro-casa-bar-lavoro a decidere cosa, come e quando posso agire.
Ora voglio tornare ad essere io il padrone del mio tempo e non intendo fermarmi.
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Ci siamo, si parte.
Dal Colosseo ai ghiacci di Capo Nord in moto, contro ogni limite e fuori da ogni convenzione.

Davanti a me si stende la cartina stradale con il percorso ancora da percorrere: quasi 5000 km attraverso l’Europa che hanno fatto dire a tanti “ma chi te lo fa fare?”. Già, chi? Eppure lo sto facendo, lo voglio fare per superare ogni paura, ogni ostacolo. Voglio superare me stesso e correre fino a quello strapiombo affacciato sul Mare glaciale artico.

Il rumore del traffico di Roma si affievolisce mentre imbocco la Cassia e mi lascio alle spalle la frenesia della Capitale.

Sto arrivando per conquistare il mondo alla fine del mondo.

#Pivert #Nordkapp

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